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TUTTO PER UN SOGNO, Claudio Nicolini al Priamar

CLAUDIO NICOLINI

“Tutto per un sogno”

Mostra antologica

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Sabato 7 settembre 2013 ore 18.00 verrà inaugurata nel Palazzo del Commissario del Priamar di Savona un’esposizione omaggio dell’artista savonese e cosmopolita, Claudio Nicolini, scomparso, dopo una lunga malattia, a Pavia, esattamente un anno fa.  La mostra potrà essere visitata con ingresso libero sino al 30 settembre con questi orari d’apertura:

–  da mercoledi a venerdi 16.30 – 18.30

–  sabato 10.00 – 12.00 /16.30 – 18.30

–  domenica 10.00 – 12.00

Promossa e organizzata del Centro Artistico e Culturale Bludiprussia saranno esposte circa un’ottantina di opere pittoriche e ceramiche, selezionate e scelte tra i suoi numerosi collezionisti ed estimatori, che con forte partecipazione hanno voluto collaborare all’evento.

La mostra ruota intorno a una importante monografia, in italiano e in inglese, dal titolo: “The different ways of life and painting”, edita dalla casa Editrice Vanillaedizioni.

La mostra e la monografia sono state seguite, coordinate e curate da Paola Grappiolo Presidente del Bludiprussia e sua compagna di vita. Il libro rende omaggio alla storia dell’ uomo e raccoglie, ufficializzando, i suoi periodi pittorici e la nascita di un archivio sulla sua opera.

Un’introduzione dello storico dell’arte Prof. Luca Nicoletti presenterà l’artista e lo sviluppo di questa mostra. Nicolini ha vissuto fuori da tutti gli schemi concettuali ma è riuscito a imporre un suo linguaggio, sia nel mondo creativo della pubblicità sia in quello pittorico.

La mostra è patrocinata dalla Regione Liguria, Comune di Savona, Comune di Albissola Marina e realizzata con il contributo della Fondazione De Mari e Fondazione Passarè e si avvale di partners come la Cooperativa IL RACCOLTO di Robecchetto, la Galleria Scoglio di Quarto di Milano, l’agenzia grafica Immagine di Albissola Superiore e innumerevoli altri amici dell’artista.

 

 

 

*Dalla monografia: “The different ways of life and painting”

Intervista a Paola Grappiolo

Debora Ferrari giugno 2013

 

Inizio chiedendo: come nasce l’idea di questa monografia e della mostra?

Molti amici di Nicolini si sono rammaricati di non essere potuti intervenire alla cerimonia di commiato avvenuta a Pavia il 7 settembre 2012. Alcuni hanno insistito perché si facesse qualcosa. Ecco l’idea della monografia, un libro che raccolga il suo percorso pittorico e creativo, i testi critici sul suo lavoro e degli amici che lo ricordano, fotografie di famiglia e fotografie con gli amici artisti.

 

Dove trae origine il titolo della mostra: tutto per un sogno?

Frugando tra le sue carte, subito dopo la sua scomparsa, ho trovato molti appunti su una sua futuribile mostra racchiusi in un foglio di giornale con annotato “tutto per un sogno”. Erano cambiati i tempi, voleva preparare una mostra “come diceva lui” che lo raccontasse. Aveva annotato i suoi periodi pittorici e raccolto documentazione. Spinta dall’emozione non ho perso tempo e aiutata da alcuni suoi cari amici e diversi collezionisti che amano la sua pittura ho cercato uno spazio rappresentativo. L’ho trovato a Savona, nelle sale del Palazzo del Commissario; il destino ha scelto la data: il 7 settembre 2013 a un anno esatto dalla sua scomparsa. Un anno di tempo non è molto per organizzare questo omaggio a un grande artista di origine savonese – ma di fatto cosmopolita – e raccogliere dai suoi collezionisti un’ampia selezione di opere. Molti collezionisti hanno anche contribuito economicamente per la realizzazione di questa monografia e li voglio ringraziare di cuore come avrebbe fatto Claudio…Immagine

 

PASSAGGI D’OMBRA

di Luciano Caprile

 

L’impronta di una persona, la sua memoria, quindi un muro che l’accoglie. La filosofia pittorica di Claudio Nicolini parrebbe racchiudersi in queste poche parole. Ma non è, non può essere così semplice poiché esprimere la sua arte con una frase sintetica equivale a mortificare il significato di una ricerca pluridecennale che investe la figura umana non come esplicita rappresentazione antropologica ma come presenza che si lega alle cose, le assorbe o le attraversa o le sfiora senza subirne infine la contaminazione.

Al termine degli anni Ottanta, in pieno fervore graffitista, Nicolini si trovava a New York dove riusciva a captare e a recuperare ( in un clima ricco di sollecitazioni, di contraddizioni estetiche e d’incontri rivelatori ) le pulsioni più intime, i riflessi umani di quelle pareti aggredite da segni di protesta e di ribellione. In quel periodo le sue grandi “tecniche miste con acidi” tendevano a far lievitare dal magma materico le immagini di coloro che erano in qualche misura entrati in rapporto anche soltanto transitorio con simili ambienti. Il quadro, trasformato in un tessuto informale, diveniva quindi la sede privilegiata di transiti ectoplasmatici che coinvolgevano la sostanza pittorica e la costringevano a un lento, progressivo procedimento di vibrazione timbrica in attesa di una successiva espulsione cromatica.

 Tale processo metamorfico veniva vissuto emotivamente come un movimento ondivago di apparizione e di sparizione nella materia e con la materia da cui l’immagine sembrava acquisire il necessario alimento.

In seguito queste entità declinate al femminile si sono compiutamente rivelate e hanno conquistato la ribalta alla stregua di sagome caratterizzate da una presenza ricorrente seppur private di una loro identità. Individuate esclusivamente da un contorno, da un’impronta, non promettevano altro di sé: non un’emozione, non un atteggiamento che rivelasse un particolare stato d’animo. Erano lì, collocate alla ribalta o tra le velature dei fondali. A formulare inquietanti interrogativi non era tanto l’immagine in sé quanto il silenzio che l’avvolgeva.

Questa loro collocazione in uno spazio privato del tempo e di una particolare connotazione narrativa promuoveva talora un’atmosfera metafisica, quale si poteva rinvenire nei manichini di memoria dechirichiana. Ma per de Chirico esisteva uno spazio fisico o una struttura almeno mentale in cui inserire simili entità; a Nicolini invece premeva una spiccata enucleazione della figura e il suo netto contrasto con il resto, ovvero con un paesaggio che non esiste perché non le compete. E allora? Allora il discorso si fa più sottile, meno scontato, meno ovvio, a vanificare, a cancellare definitivamente la battuta d’avvio che intendeva esaurire la “pratica Nicolini” identificando la sua filosofia con una significativa impronta senza un evidente rapporto e significato col substrato che l’accoglie: un ideale ritaglio per un ideale collage, senza ulteriori pensieri e considerazioni.

 

 

Abbiamo volutamente ripreso tale concetto “limitante” del lavoro di Claudio Nicolini perché le prove del suo ultimo periodo creativo parrebbero non solo ripetere ma addirittura accentuare un simile atteggiamento provocatorio, almeno in senso strettamente compositivo. Nel corso degli anni Novanta Nicolini ha indagato queste forme senza volto fermandole e ritraendole nel loro ruolo di apparenza senza esistenza ( che poi si rivela come un’ impietosa disamina dei comportamenti del nostro tempo ), talora esibendole in un dialogo più intimo col substrato che cede una qualche essenza al racconto fantasmatico e accogliendo anche presenze maschili.

 Le strutture di Nicolini non favoriscono certezze, letture immediate e facili: investono il nostro sguardo e interrogano la nostra sensibilità. Dobbiamo essere noi a decidere la soluzione dell’enigma seguendo il particolare stato d’animo del momento o seguendo un impulso percettivo che coniuga la variegata struttura su cui riposa l’evento alla ricercata indeterminatezza concettuale dei protagonisti.

In qualche caso compare la proiezione di ombre in fuga che vengono catturate in controluce come per successivi fotogrammi. Questa fuga viene stampata sulla granulosità di una parete che ricorda un muro. Sono ombre su ombre che non lasciano traccia, che scivolano sulla ruvidità della sostanza senza farsi attrarre, senza deporvi una pur minima memoria.

L’incontro, il sogno, il silenzio sono i termini ricorrenti nei titoli suggeriti da Claudio Nicolini quasi a voler esorcizzare il vuoto che provocano attorno a sé, come se questi passaggi d’ombra volessero fermare la vita sul margine che la distingue e l’abbandona, come se il silenzio e il sogno fossero il tramite necessario per un incontro con quella parte di sé destinata allo smarrimento, quella parte di sé che i disperati artisti di New York avevano deciso di urlare sui muri della città più degradata o nel buio della metropolitana e che Nicolini ha scelto invece di distillare in una ricorrente, nostalgica, alienante testimonianza del suo e del nostro male di esistere.

 

 

 

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